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A luglio 2026 una notizia ha fatto discutere: negli Ospedali Riuniti Marche Nord di Pesaro era attiva una “Stanza del benessere” dove, tra le altre discipline, veniva proposto il Reiki ai pazienti del reparto di oncologia.

L’Associazione Internazionale degli Esorcisti (AIE) è intervenuta pubblicamente, definendo il Reiki “una tecnica di spiritismo” e affermando che chi lo pratica “cade nel peccato di superstizione e si espone all’azione straordinaria del maligno”, invitando i cattolici ad astenersene del tutto.

L’associazione ha citato anche altri due casi italiani, l’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino e il Carlo Poma di Mantova.

Di fronte all’anatema, lo stesso direttore generale dell’azienda ospedaliera, Alberto Carelli, si è detto sorpreso, ricordando di aver studiato dai Salesiani, mentre la direttrice di Oncologia, la dottoressa Rita Chiari, ha espresso sconcerto.

Questo articolo non vuole essere l’ennesimo scontro tra “credenti” e “no­n credenti”, né uno sfottò verso chi ha una fede sincera.

Vuole invece guardare ai fatti: cosa dicono davvero i documenti ecclesiali, cosa raccontano le “testimonianze shock” che circolano online, e  soprattutto cosa dicono i dati su come il Reiki viene realmente utilizzato in ambito sanitario da decenni.

Cosa dice davvero la posizione ecclesiastica

È bene essere precisi: non esiste “il” pensiero cristiano sul Reiki, ma prese di posizione specifiche di alcuni ambienti. La fonte più citata è un documento del 2009 della Commissione per la Dottrina della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, richiamato anche da Padre Angelo Bellon sul sito Amici Domenicani. Il documento distingue tra guarigione “per grazia divina” e guarigione con mezzi naturali, riconoscendo che la Chiesa non ha mai avuto problemi con la medicina in sé. Il punto critico, secondo i vescovi USA, è che il Reiki si fonda sull’idea di una “energia vitale universale” che non trova conferma né nella scienza né nella teologia cristiana, e per questo la sua adozione da parte di istituzioni cattoliche viene sconsigliata.

È un argomento teologico e filosofico legittimo da discutere, e diverso da come viene poi amplificato altrove. Su alcuni siti circolano infatti “testimonianze shock” di ex praticanti che raccontano di essersi sentiti vittime di influssi demoniaci dopo sedute di Reiki, o affermazioni di singoli esorcisti secondo cui basterebbe una sola seduta per essere “trascinati in tragedia”. Sono racconti personali, non verificabili, privi di qualunque riscontro clinico o metodologico: il problema non è che vengano condivisi, ma che vengano presentati come prova di un fenomeno generale, quando restano aneddoti isolati!

Quello che i dati raccontano: il Reiki non è un fenomeno marginale in ospedale

Qui arriva la parte che spesso manca nel dibattito: il Reiki come supporto complementare (mai come sostituto delle cure!!!)  è presente da anni in strutture sanitarie pubbliche italiane e internazionali, non per capriccio ideologico ma sulla base di progetti pilota, protocolli di studio e valutazioni di gradimento dei pazienti.

Solo in Italia, il Reiki risulta utilizzato in contesti come:

  • l‘Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, nella divisione di cure palliative e hospice, all’interno del gruppo Me.Te.Co. (Medicine e Terapie Complementari in Oncologia);
  • l’Istituto Geriatrico Pio Albergo Trivulzio di Milano, dal 2005, per pazienti oncologici anziani in fase terminale;
  • il Centro Oncologico Ematologico Subalpino (COES) dell’ospedale Molinette di Torino, dal 2003, in un progetto pilota con equipe multidisciplinare (medico, psicologo, personale infermieristico, operatori Reiki), dove il gradimento del trattamento da parte dei pazienti è risultato molto alto, 9,4 su 10;
  • l’Hospice e il reparto di oncologia di Bassano del Grappa (Vicenza), dal 2014, con l’Associazione Oncologica San Bassiano;
  • il Day Hospital Oncologico di Rovigo, con volontarie LILT;
  • il Centro Cure Palliative di Fidenza, dal 2010;
  • l’oncologia dell’ospedale di Piacenza, dal 2016.

A livello internazionale, il Reiki è offerto come terapia complementare in centri di eccellenza oncologica come il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, il Johns Hopkins Hospital e il Dana-Farber Cancer Institute di Boston. Diverse stime giornalistiche e di settore parlano di centinaia di ospedali statunitensi (le cifre riportate variano, tra le 900 e oltre 1.500 strutture a livello globale considerando anche Australia, Regno Unito, Irlanda, Brasile e Messico) che lo propongono in reparti che vanno dalla pediatria alla terapia intensiva, dalla sala operatoria alle cure palliative.

Va detto con chiarezza: nessuna di queste strutture propone il Reiki come cura del cancro o come alternativa alla chemioterapia.

Come specifica anche Cancer Research UK, il Reiki è classificato come medicina complementare, usata per gestire ansia, stress e percezione del dolore, sempre accanto (mai al posto di) ai protocolli oncologici standard.

È esattamente questo il punto che la narrazione “è il maligno” tende a cancellare: non si tratta di ospedali che sostituiscono la medicina con la stregoneria, ma di reparti che aggiungono un supporto di comfort psicologico, dopo anni di sperimentazione e monitoraggio.

Il vero problema: disinformazione, non demonologia

Il rischio di articoli come quello sulla vicenda di Pesaro non è che esista un dibattito teologico, ma che venga presentato al pubblico come se fosse un fatto acclarato che il Reiki “è demoniaco”, saltando a piè pari:

  1. la distinzione tra pratica fisica di rilassamento e adesione a una cosmologia religiosa;
  2. il fatto che i pazienti vengono comunque curati con la medicina tradizionale;
  3. l’esistenza di anni di programmi ospedalieri documentati, con dati di gradimento reali;
  4. la differenza tra una testimonianza aneddotica online e uno studio clinico.

Informare correttamente significa raccontare tutti questi elementi insieme, lasciando poi al lettore la libertà di scegliere cosa pensare (o di fede o di scienza) senza né demonizzare chi prega un rosario né chi si sottopone a un trattamento di rilassamento in day hospital.

La New Age come fuga?

Spesso c’è questo pensiero: che la New Age sia diventata un rifugio per scappare dai propri problemi… beh mi spiace ma è una lettura che semplifica troppo un fenomeno eterogeneo.

Per moltissime persone che si avvicinano a pratiche come yoga, meditazione o Reiki, l’obiettivo dichiarato (e spesso l’effetto reale), quando applicato con buon senso e senza sostituire le cure mediche… è l’esatto contrario della fuga: gestire meglio ansia e stress per affrontare la vita, non per evitarla.

Ridurre ogni pratica di questo tipo a un sintomo di evitamento psicologico è un giudizio che meriterebbe più cautela, proprio perché riguarda le motivazioni interiori di persone diverse tra loro, non un’unica categoria omogenea.

Nel tentativo di dimostrare che una pratica sarebbe incompatibile con il cristianesimo, vengono accostati nomi, simboli e correnti di pensiero molto diverse tra loro, come se appartenessero tutti allo stesso insieme.

Tarocchi, Akasha, Éliphas Lévi, Helena Petrovna Blavatsky, teosofia, occultismo, New Age e persino satanismo finiscono spesso nello stesso contenitore.

Il problema è che la storia racconta qualcosa di molto più complesso.

Non è la prima volta che affronto questi argomenti.

In diversi articoli del blog ho già ricostruito l’origine storica del concetto di Akasha, analizzandone le fonti e il percorso culturale.

Lo stesso vale per Éliphas Lévi. Il suo nome viene spesso evocato come se rappresentasse una prova dell’origine satanica di determinate pratiche spirituali. In realtà Lévi, pseudonimo di Alphonse Louis Constant, fu uno dei più importanti esoteristi francesi dell’Ottocento. È considerato uno dei padri dell’occultismo moderno e influenzò profondamente autori successivi come Papus, la Golden Dawn e Aleister Crowley.

Questo, però, non significa che fosse un satanista. Nei suoi scritti il termine ‘Satana‘ assume prevalentemente un valore simbolico e filosofico, influenzato dalla tradizione ermetica e cabalistica. Ridurre il suo pensiero all’adorazione del demonio significa ignorare il contesto storico e culturale in cui operava!

Anche il rapporto tra Lévi e i Tarocchi viene spesso raccontato in modo impreciso. I Tarocchi esistevano già da circa quattro secoli prima della nascita di Lévi. Le prime testimonianze storiche risalgono all’Italia del XV secolo, dove erano utilizzati come carte da gioco (lo spiego in questo articolo). Fu soltanto tra il Settecento e l’Ottocento che alcuni autori, tra cui Antoine Court de Gébelin ed Éliphas Lévi, iniziarono ad attribuire ai Tarocchi significati simbolici, cabalistici ed esoterici.

Dire quindi che i Tarocchi derivano da Lévi o che siano stati creati con finalità sataniche non trova riscontro nella documentazione storica. Più corretto è affermare che Lévi contribuì a costruire una lettura esoterica dei Tarocchi che avrebbe influenzato gran parte dell’esoterismo occidentale successivo.

Studiare la storia delle religioni, dell’esoterismo o delle filosofie orientali non significa aderire automaticamente a quelle visioni del mondo. Allo stesso modo, utilizzare un concetto nato in India, reinterpretato dalla teosofia o approfondito dalla psicologia del profondo non implica alcun legame con il satanismo.